Omelia del Vescovo De Rosa per l'inaugurazione dell'Anno di San Mennato

Sant'Agata de' Goti - 5 settembre 2009

 

Cari fratelli e sorelle,

la liturgia di questa 23° domenica del tempo ordinario è un messaggio di speranza in Dio Salvatore.

   Un fremito di esultanza apre la prima lettura che invita gli "smarriti di cuore", ossia gli Ebrei ancora esuli, a ritrovare fiducia. Per non lasciare l'incoraggiamento nel vago, segue la motivazione teologica: Dio viene e porta salvezza. Il cambio di atteggiamento è causato dall'impegno di Dio che ribalta le situazioni e trasforma le tribolazioni in gioia ed esultanza.

   La radicale trasformazione riguarda uomini e natura. Per gli uomini sono offerti segni di guarigione: i ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano e i  muti parlano. Per la natura il cambiamento è simboleggiato da  luoghi aridi e paludosi che si trasformano in oasi: "Allora lo zoppo salterà come un cervo. Griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d'acqua" ( Is 35,6-7).

   Tutto ciò simboleggia la profonda trasformazione che  sarà completata alla fine dei tempi quando tutto sarà ricapitolato in Cristo.

   Il vangelo riporta la guarigione di un sordomuto. Gesù senza fermarsi in Galilea, prosegue per la Decapoli, abitata da popolazioni non giudaiche. Qui gli conducono un sordomuto perché gli imponga la  mano. L'imposizione delle mani era un gesto consueto allora con cui si invocava la benedizione divina su una persona e già altre volte era stato richiesto a Gesù, o usato da lui o dai suoi discepoli, per compiere un' 'azione straordinaria (Mc 5,23). Gesù porta l'uomo lontano dalla folla, pone le dita nell'orecchio del sordomuto, gli tocca la lingua con la saliva, emette un sospiro e dice: effatà, cioè apriti. Per l'evangelista la guarigione del sordomuto, così come un giorno il ritorno dall'esilio, rappresenta un nuova creazione.

   La seconda lettura si può collegare alle altre in quanto propone al cristiano una linea di condotta simile a quella di Dio che nella sua opera di salvezza non fa distinzione di persone e se ha una preferenza è per i più umili, poveri  e bisognosi. Questi sono i poveri che  il Signore vuol rendere ricchi con la fede ed eredi del Regno: "Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi  nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?" (Gc 2,5).

   Cari fratelli e sorelle, il 4 settembre 2010 ricorrerà il IX centenario della dedicazione  di questa chiesa (1110 - 2010), gioiello di storia e di arte. Per ricordare questo avvenimento ho indetto l'anno di San Menna o San Mennato, un anno di preghiera e di celebrazioni durante il quale organizzeremo anche un convegno di studi su questo grande santo, vanto della valle vitulanese e della  nostra città.

   San Menna infatti, secondo la tradizione, nacque a Vitulano nel VI secolo. Di famiglia nobile, si ritirò sul Taburno e il monte diventò punto di riferimento e meta per tutti coloro che avevano bisogno di una parola di conforto.

   Di lui, ossia di "Menna monaco solitario " scrive per primo san Gregorio Magno nei "Dialoghi" . Gregorio ci informa che molte persone degne di fede gli avevano riferito esser vissuto nel Sannio "venerabilis vir, Menas nomine", che conduceva vita solitaria in una celletta; niente possedeva tranne qualche piccolo alveare dal quale traeva alimento. "Niente chiedeva, anzi dava ciò che riceveva in dono, soccorreva quanti andavano a lui dai dintorni e da lontano" . Ne parlano anche - chiamandolo chi Menna e chi Mennato - Landolfo, arcivescovo di Benevento (seconda metà del X secolo), Leone Marsicano (XI-XII secc.), Sigeberto (XI-XII secc.) e Pietro de'  Natali (XIV sec ).

   San Menna morì dieci anni prima della stesura dei Dialoghi (593-'94) come afferma Gregorio Magno: "ante hoc fere decennium defunctus est.

   La devozione per il santo anacoreta si diffuse subito tanto che nei secoli immediatamente successivi la fama era tanta che si diceva: Menas in Italia claret.

   Nel 1074 Roberto Drengot - conte normanno di Caiazzo, Alife, Telese e Sant'Agata de' Goti - da Caiazzo, dove si trovava, si diresse ad Alife  e poi a Telese e durante il tragitto acquistò due cassette, ascese l'altura che mons sancti Mennati a loci inculis nuncupatur" (dagli abtanti del posto viene chiamato il monte di San Mennato), entrò nella chiesetta lì costruita, pose mano allo scavo e dal sacello, che per metà stava sotto l'altare, riportò alla luce i resti dell'eremita. Il Drengot, fatto deporre nelle cassette i sacri resti di Mennato, con le dovute referenze e a tappe successive, per Tocco e Squille, li portò a Caiazzo. Tra il 1102 e il 1105 poi li trasferì a Sant'Agata de' Goti, dove in seguito ebbero più degna sistemazione nella chiesa dedicata al Salvatore, alla Vergine alla santa Croce, a Santi Pietro  e Paolo e a san Menna. A traslazione avvenuta il nome del santo eremita fu così inserito nella titolazione della chiesa.

   Ricostruita la chiesa Roberto il Normanno volle che il Papa Pasquale II la venisse a consacrare. L'occasione propizia si verificò quando il pontefice , nel 1110, venne a Benevento per celebrarvi un concilio. In quella circostanza si fermò a Sant'Agata con tutta la corte, ospite del castello, non soltanto per consacrare la chiesa quanto in omaggio all'attaccamento che la città nutriva verso la Santa Sede. "Le reliquie oggi sono conservate nel Duomo di Sant'Agata de' Goti. Delle monete si è persa traccia. Anche la lapide sepolcrale era data per dispersa, ma fortunatamente fu ritrovata dal parroco (don Pasquale Francesco Iannotta) per puro caso, tra i calcinacci, durante i lavori di restauro dell'Annunziata" . Le reliquie furono trasferite nel 1677 nella cattedrale di Sant'Agata dei Goti, città di cui San Menna fu dichiarato patrono  minore .

   Questa bella chiesa, icona di storia e di arte, gravemente ferita dal terremoto del 1980 è stata riaperta al culto il 2 0tt0bre 2005 con grande concorso di popolo. Il che significa che dopo tanti anni non è venuta meno nella valle vitulanese (il 23 agosto 1706 San Menna  fu dichiarato patrono di Vitulano con decreto della Congregazione dei Riti del 22 agosto 1706)) e nel comprensorio di Sant'Agata de' Goti.

   A noi oggi tocca continuare questa devozione. I santi vengono presentati dalla Chiesa come modelli di vita. Dobbiamo cioè ricopiare  nel nostro comportamento le virtù esercitate eroicamente dai nostri patroni.

   Guardando alla vita di San Menna scopriamo che il suo amore verso il Signore lo portò ad abbandonare il mondo per dedicarsi, nella solitudine, alla preghiera e alla contemplazione. Non dimenticò però i fratelli alle cui necessità spirituali e materiali venne incontro, secondo la tradizione, con molte guarigioni  e miracoli.

   San Menna che i nostri Padri hanno scelto come protettore, ci guidi nel cammino della vita verso il Signore che, come dice la liturgia della Parola di questa domenica, è il  nostro Redentore e Salvatore, "ieri e oggi e per sempre" (Eb 13-,8).